La crisi e il compito della sinistra

Riusciamo a farci percepire come “la speranza”, cioè come la cosa di cui questo paese ha un disperato bisogno: di non cedere ai rancori e alla paura per credere invece che cambiare è possibile? Occorre dare battaglia, anche dentro il Pd, per uscire dalle vecchie logiche di potere e dare un senso alla politica in quanto possibilità degli uomini di uscire dalla passività e di influire sulle sorti della propria vita. E quindi, anche per contare qualcosa nel mondo.

 

E’ sempre più chiaro che fu fatale la decisione della destra anglo-americana di porre fine al cosiddetto compromesso socialdemocratico e di affidare alle logiche dei mercati finanziari il governo delle società umane. Si è visto il risultato. I mercati finanziari sono “ciechi”. La loro natura è speculativa. Vedono solo ciò che si può guadagnare nel breve periodo. Prendi i soldi e scappa.

 

Alzare il tiro: immaginare l’Europa anche come un grande “fatto politico”, un fattore essenziale della lotta per una nuova civiltà del lavoro. Io è qui che vorrei vivessero i miei nipoti: nel luogo più bello e più civile del mondo. Dove l’uomo, in quanto persona, conta. Ciò che è necessario è la creazione di un nuovo potere democratico capace di contrastare lo strapotere dell’oligarchia dominante. Questo è il compito della sinistra.

 

La crisi si aggrava ma noi ne usciremo. Comincio così. Con un sentimento, nonostante tutto, di fiducia. Tutto è molto difficile. Ma se vado alla sostanza delle cose vedo che una uscita da destra democratica, di stampo europeo, non esiste. Una destra può anche vincere ma sarebbe solo un esito catastrofico della crisi italiana. Si aprirebbe una lotta tra vecchi e nuovi avventurieri sostenuti dall’agitazione sempre più demagogica e populista delle varie TV contro i partiti. Assisteremo non solo all’impoverimento del Paese (in una certa misura e per qualche tempo inevitabile) ma alla sua disarticolazione: sociale e territoriale.

Il tramonto dell’Italia come grande nazione. Sulle nostre spalle pesa, quindi, una responsabilità enorme. Ma è proprio il bisogno di unità della nazione, ed è la domanda di Europa che colloca il Pd al centro della situazione.

Sono le cose che chiedono un nuovo grande patto sociale e una riscossa civile come la condizione per voltare pagina.Ma noi siamo all’altezza di questo compito? Riusciamo a farci percepire come “la speranza”, cioè come la cosa di cui questo paese ha un disperato bisogno: di non cedere ai rancori e alla paura per credere invece che cambiare è possibile? Questo io mi chiedo e mi convinco sempre di più che occorre dare battaglia, anche dentro il Pd, per uscire dalle vecchie logiche di potere e dare un senso alla politica in quanto possibilità degli uomini di uscire dalla passività e di influire sulle sorti della propria vita. E quindi, anche per contare qualcosa nel mondo.

Non mi nascondo che i mesi che stanno davanti a noi saranno difficilissimi, forse drammatici. Ma mi rifiuto di inseguire solo gli “spread”. Voglio cominciare a chiamare le cose con il loro nome. Chi sono questi misteriosi mercati? Io non credo che sbagliavamo quando cominciammo noi per primi a parlare – molto tempo fa su queste colonne – della grande crisi economica dell’Occidente come della rottura dell’ “ordine” mondiale. Un “ordine” non solo economico ma politico e anche, se non soprattutto, intellettuale e morale. Non voglio ripetere cose già dette e ridette sulla finanza.

E’ sempre più chiaro che fu fatale la decisione della destra anglo-americana di porre fine al cosiddetto compromesso socialdemocratico e di affidare alle logiche dei mercati finanziari il governo delle società umane. Si è visto il risultato.

I mercati finanziari sono “ciechi”. La loro natura è speculativa. Vedono solo ciò che si può guadagnare nel breve periodo. Prendi i soldi e scappa. Si spostano nel mondo con un “clic” sul computer, in pochi secondi. La sorte di una grande e antica storia come quella del popolo greco, oppure il fatto che per mettere in piedi una fabbrica ci vogliono anni, tutto questo non è affare dei mercati finanziari. Naturalmente, sto semplificando. So benissimo che senza la finanza, gli imprenditori e gli Stati non possono nemmeno fare progetti per il lungo periodo. So bene che sono serviti grandi capitali per finanziare l’esplosivo sviluppo del mondo arretrato. Conosco i costi giganteschi della rivoluzione scientifica in atto: il digitale, l’informazione. Non sono un “indignado” che demonizza il ruolo della finanza.

So tutto questo. Ma ciò che io penso è altro. Penso che occorre allargare il campo della riflessione. Perché ciò che ormai sta venendo in discussione non è solo un problema economico. Dietro i meccanismi degli “spread” c’è ben altro.E io credo che sia arrivato il momento di chiamare le cose con il loro nome. Incombe su tutto – questo io credo – la formazione di un potere quale non si era mai visto così grande dopo la rivoluzione francese e la nascita del Terzo Stato, cioè della borghesia moderna.

Questo è il dato. Cito solo un piccolo fatto italiano. Qualcuno denunciava gli stipendi troppo alti della tecnocrazia italiana e citava il manager Tronchetti-Provera il quale guadagnerebbe una cifra annua corrispondente a 60mila euro al giorno. Il Tronchetti freddamente precisò che si trattava di circa la metà. Ma il punto non è questo anche perché c’è gente che guadagna molto di più. E’ la domanda sul tipo di società in cui viviamo. La grande maggioranza degli italiani guadagna poco più di mille euro al mese. Quindi 30-35 euro al giorno.

Quindi 30 non contro 300 ma contro 30.000. Mi chiedo: dopo i grandi sultani dell’Oriente e i grandi principi europei prima della rivoluzione francese e dalla nascita dello Stato moderno si erano mai viste distanze così grandi?

Non sto sollevando un problema di giustizia. Sto cercando di capire cosa sia il sistema attuale. E’ il capitalismo che abbiamo conosciuto fino a ieri? Il capitalismo, dopotutto, è stato una civiltà, si è retto anche su un compromesso sociale. Certo, è stato lo sfruttamento del lavoro ma, insieme con esso, la formazione della società del benessere. E’ stato la più grande macchina per la ricchezza che ha consentito in due secoli di fare molto di più che nei ventimila anni precedenti. Questo è stato, con tutte le sue ingiustizie ma anche le sue conquiste di libertà.

Adesso siamo di fronte a un’altra cosa. Siamo alla crisi di questa civiltà: la civiltà del lavoro umano e della valorizzazione delle capacità creative dell’imprenditore. Siamo alla riduzione della ricchezza al denaro. Ma un denaro fasullo fatto col denaro. Siamo al fatto che il mondo è stato inondato da una moneta fittizia la cui massa è ormai diventata tale da superare di nove volte la produzione della ricchezza mondiale. Chi paga? Devo ripeterlo perché è proprio così: l’economia di carta si sta mangiando l’economia reale.

La situazione è drammatica ma anche molto semplice. Èchiaro che questo sistema non è in grado di dare un futuro al mondo. Mette a rischio valori e beni essenziali. La drammatica vicenda europea è così che va letta. È su questo terreno che la democrazia moderna si sta giocando tutto. Al punto che il presidente della Consob (non un pericoloso sovversivo ma il garante della Borsa di Milano) ha tuonato contro la “dittatura” dei cosiddetti mercati finanziari e ha denunciato il fatto che questi mercati, attribuendo ogni potere decisionale a chi detiene il potere economico, stanno nei fatti vanificando il principio del suffragio universale. Caspita. Allora ho ragione io. E’ di potere politico che dobbiamo parlare non solo di economia. Ecco la necessità e il ruolo della politica.

Bisogna alzare il tiro. Bisognerebbe immaginare l’Europa anche come un grande “fatto politico”, cioè come un fattore essenziale della lotta per una nuova civiltà del lavoro. Io è qui che vorrei vivessero i miei nipoti: nel luogo più bello e più civile del mondo. Dove l’uomo, in quanto persona, conta.

Certo, l’uscita dalla crisi economica sarà lenta e richiederà saggezza e realismo. Il nemico non sono le banche, senza le quali si ferma tutto. Ciò che è necessario è la creazione di un nuovo potere democratico capace di contrastare lo strapotere dell’oligarchia dominante. Questo è il compito della sinistra. di Alfredo Reichlin

Fonte: l’Unità del 18 maggio 2012, pagg. 1-17

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Rigore e crescita, l’Ue resti compatta

http://www.unita.it/polopoly_fs/1.405082!/image/1828507018.jpg_gen/derivatives/landscape_490/1828507018.jpgEvitare che l’Europa possa essere messa sul banco degli imputati, che possa essere ‘processata’ per la difficoltà nel trovare un accordo sulle politiche della crescita. Con questo intento Francois Hollande, Mario Monti, Angela Merkel, David Cameron e il presidente del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy, oggi pomeriggio hanno scambiato un giro d’orizzonte in vista del G8 di Camp David.

Cameron: «Ecco tre mosse per salvare l’Europa»

Il consolidamento di bilancio e la crescita devono camminare di pari passo: questa la linea concordata dai partner europei. La necessità è quella di portare avanti, riferiscono fonti del Parlamento europeo, un piano per gli investimenti e per lo sviluppo. Un piano che verrà messo a punto in occasione della cena dei leader che si terrà a Bruxelles il 23 maggio.

C’è un’unità d’intenti, sottolineano le stesse fonti, per andare a Camp David con una posizione comune. C’è accordo forte sul fatto che il rigore e la crescita «non sono in contrasto», ha affermato il portavoce della Merkel, Steffen Seibert mentre secondo l’Eliseo «c’è una larga convergenza di vedute tra i leader europei». L’obiettivo, dunque, è quello di ‘chiudere’ un patto Ue in tempi brevi.

Ed è proprio di oggi la notizia di un nuovo declassamento ella Grecia da parte di Fitch: l’agenzia ha tagliato il rating da ‘B-’ a ‘CCC’. Secondo Fitch la decisione «riflette l’aumento del rischio che Atene non sia in grado di restare nell’area euro». Fitch spiega che «la forte performance dei partiti contrari all’austerità nelle elezioni del 6 maggio e il conseguente fallimento nella formazione di un nuovo governo, sottolineano la mancanza di supporto pubblico e politico al programma concordato con Ue e Fmi».

Tornando ai colloqui dei leader Ue, è stata ribadita la necessità di unire il consolidamento di bilancio alla crescita. L’intenzione è quella di portare avanti, riferiscono fonti del Parlamento europeo, un piano per gli investimenti e per lo sviluppo. Un piano che verrà messo a punto in occasione della cena dei leader che si terrà a Bruxelles il 23 maggio. C’è un’unità d’intenti, sottolineano le stesse fonti, per andare a Camp David con una posizione comune.

Infine oggi il Fondo monetario internazionale ha sollecitato un nuovo taglio dei tassi. Secondo l’Fmi la Banca centrale europea ha «spazio per un ulteriore allentamento» della politica monetaria e per «altre misure non convenzionali», ha detto il portavoce, David Hawley, nel corso di una conferenza stampa.

Unità.it

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Corruzione, passa proposta Pd: pene aumentate. Alfano: il governo rischia

Salta vertice di maggioranza. Ancora ostruzionismo Pdl. Severino: non credo ci sia nuova maggioranza.

http://www.ilmessaggero.it/MsgrNews/MED/20120517_paolase.jpg

ROMA – Le commissioni Affari costituzionali e Giustizia della Camera hanno approvato una modifica proposta dal Pd al ddlanticorruzione che aumenta le pene detentive per il reato di corruzione per atti contrari a dovere d’ufficio. Con la modifica si sale da tre a sette anni, per le pene minime, e da quattro a otto per quelle massime. Il subemendamento, primo firmatario il capogruppo in commissione Giustizia Donatella Ferranti, è passato con i voti favorevoli di Pd, Fli e Idv e con l’astensione di Udc e Lega. No del Pdl.

Severino era contraria. «La linea del governo era quella di individuare una via retta, ma mediana. Ora sarà necessario riallineare tutte le pene». Lo ha detto il ministro della Giustizia Paola Severino dopo che in commissione, in sede di esame del ddl anti-corruzione, è passato l’emendamento sugli aumenti di pena per la corruzione per atti contrari a dovere d’ufficio. Già durante la discussione in Commissione Severino si era detta «preoccupata» perché con l’aumento di pena «si toglie razionalità al sistema».

«Se aumentano le pene minime e massime per questo reato - ha spiegato il Guardasigilli – bisogna riallineare anche quelle per reati più gravi», mentre il sistema delle pene «mi sembra debba avere una propria logica». Anche per questo il ministro aveva proposto, durante la seduta delle commissioni riunite Giustizia e affari costituzionali della Camera, di accantonare l’emendamento, affermando che una decisione di questo tipo «potrebbe essere utile».

«Non credo si sia formata una nuova maggioranza, per esempio sul falso in bilancio», ha poi aggiunto il ministro. «La giustizia è sempre stata una palestra molto difficile. Io – ha aggiunto – ho visto una buona volontà, ma a volte ci sono momenti di spaccatura», ha aggiunto osservando che «il governo aveva accuratamente studiato e selezionato una proposta per trovare una via mediana».

«L’emendamento approvato oggi colpisce il vero reato di corruzione aumentando sensibilmente le pene. Certo che sono soddisfatta», ha commentato il capogruppo del Pd in Commissione Giustizia della Camera, Donatella Ferranti. «Ci sembra una pena congrua ai fini dell’efficacia della pena. Non c’è una nuova maggioranza». «È chiaro che adesso si dovranno equilibrare anche tutte le pene per gli altri reati. Il ministro si era rimesso alla Commissione – prosegue Ferranti – e questo emendamento abbiamo chiesto con forza che venisse votato, perché ci sembrava qualificante ai fini dell’impostazione che avevamo dato a tutti i nostri subemendamenti». Per quanto riguarda l’accusa lanciata dal Pdl, secondo la quale si sarebbe formata una nuova maggioranza sulla Giustizia, Ferranti lo esclude: «Non diamo peso a queste dichiarazioni. Siamo comunque aperti a valutare ogni proposta. Se c’è stato ostruzionismo da parte del Pdl? Credo proprio di sì visto gli interventi fiumi che ci sono stati».

Ancora ostruzionismo del Pdl per fermare il lavori del ddl anti-corruzione. I deputati del Pdl anche oggi hanno fatto interventi fiume in commissione per cercare di fermare il provvedimento. Il pidiellino Manlio Contento ha spiegato che non si tratta di ostruzionismo.

«Si levino dalla testa che queste norme anticorruzione non passino dal voto del Parlamento. È inutile che facciano ostruzionismo in Commissione». È il messaggio che il segretario del Pd Pier Luigi Bersani lancia al Pdl. «Troveremo il modo – ha aggiunto Bersani a margine di un comizio elettorale tenuto a sostegno del candidato sindaco di Cardito – di portare il provvedimento in aula. Non si può scherzare – ha concluso – su una misura che è una priorità assoluta».

Alfano: cercano l’incidente per far saltare il governo. «Il testo su cui si lavora» per l’anticorruzione «è il nostro. Ora alla Camera vogliono fare gli eroi e i fenomeni. Se pensano di far rinascere un’alleanza con l’Idv per mettere in imbarazzo noi non è un metodo leale. Non vorrei che puntino a creare incidenti per far saltare il governo», ha detto Angelino Alfano. Nel corso della registrazione di Porta a Porta, il segretario del Pdl fa presente come, «su una serie di norme di quel testo, siamo in dissenso. Ma non può essere possibile che noi votiamo anche le cose impopolari insieme a loro, mentre loro ritengono di far rinascere l’alleanza con la vecchia opposizione, con l’Idv, per mettere in imbarazzo noi». «Creare incidenti nella maggioranza che sostiene il governo – conclude quindi Alfano – è un modo per far saltare il governo».

«Il segnale politico di oggi è abbastanza chiaro: ora che il Pdl non ha più l’appoggio della Lega, e che la Lega è in cerca di una nuova verginità politica, sulla giustizia qualcosa può riaprirsi davvero: difficile che decidano di far cadere Monti per questo, visti anche i sondaggi dell’ultimo periodo», ha commentato il deputato Pd, Andrea Sarubbi.

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Diritti alle coppie omosessuali. Bene il Pd, ma ora una Civil partnership

Era inevitabile che, dopo le posizioni assunte dai due principali leader dei progressisti mondiali attualmente la governo, Barack Obama e François Hollande, a favore del diritto a sposarsi per le coppie gay, anche Bersani non potesse continuare a tacere. E Bersani, infatti, ha parlato domenica scorsa nel corso della sua intervista all’Unità, affermando che «Una regolazione moderna delle convivenze stabili tra omosessuali è un elemento di civismo, che un governo deve affrontare», e aggiungendo «Terrei fuori dal dibattito la parola matrimonio, che da noi comporta una discussione di natura costituzionale, al contrario di altri Paesi. Tuttavia dobbiamo dare dignità e presidio giuridico alle convivenze stabili tra omosessuali perché il tema non può essere lasciato al far west». La novità proposta da Bersani non consiste tanto nel “no al matrimonio”, né nelle sue motivazioni, che non condividiamo, quanto piuttosto nel fatto che per la prima volta dopo molti anni il segretario propone di affrontare il tema concentrandosi, come è giusto, sulla questione politicamente più spinosa, quella delle coppie omosessuali, mettendo da parte per un ora il tema più generale dei diritti delle coppie etero che scelgono di non sposarsi, limitandosi a convivere. Il problema del dibattito degli ultimi anni, che ha di fatto impedito di giungere a una mediazione condivisa, è stato quello di voler tenere assieme in un unico disegno di legge questioni diversissime tra loro: i problemi di chi convive scegliendo di non sposarsi e quelli di chi invece, anche volendo, non può farlo in base alla legge italiana. È ciò che portò a svilire un buon disegno di legge come quello sui Pacs, che andava a costruire un modello di istituto intermedio tra matrimonio e semplice convivenza aperto a tutte le coppie, trasformandolo in quel mostro giuridico dei Dico, che riconoscendo solo i diritti dei singoli partner, ma non la coppia in quanto tale, negava alle coppie omosessuali la loro dignità civile e sociale. Proporre, invece, come sembra fare Bersani, una legge specifica per le coppie omosessuali, è la strada maestra per uscire dalle ambiguità e discutere finalmente di uguaglianza. Peraltro l’Europa ci propone diversi modelli a riguardo, in particolare le leggi sulla Civil partnership inglese o tedesca, che garantiscono alle coppie gay gli stessi diritti delle coppie sposate, con un istituto diverso dal matrimonio, ma in tutto e per tutto analogo. Se questa è la strada, è però necessario che Bersani e il Pd compiano un passaggio ulteriore, che consenta di mettere da parte una volta per tutte i modelli “simil-Dico”, cui molti esponenti del Pd restano affezionati accompagnando l’impegno per una “Civil partnership italiana” ad una seria battaglia civile condotta più incisivamente sul divorzio breve e sulla riforma del diritto di famiglia, per venire incontro ai veri problemi delle coppie conviventi eterosessuali. Solo allora si potrà dire che la svolta sarà stata compiuta e si potrà proporre per l’Italia una nuova primavera dei diritti.

Di Aurelio Mancuso e Andrea Bebedino per l’Unità ed. 17 Maggio  2012

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L´ELETTORATO RIFORMISTA E I SACRIFICI DEL PD

Il Partito democratico ha buone ragioni per ritenersi soddisfatto dei risultati di questa prima tornata delle amministrative. E la questione non riguarda tanto il successo elettorale che apparirà più chiaramente tra due settimane, quando la logica dei ballottaggi premierà in prevalenza i suoi candidati o quelli della coalizione di centrosinistra di cui fa parte. In realtà, i motivi di ragionevole ottimismo sono diversi e più profondi in quanto concernono il posizionamento del Pd nel sistema attuale e la solidità, forse sottovalutata, della sua azione politica.
Anzitutto, il risultato rivela che non solo i militanti, ma anche gli elettori hanno compreso il sostegno dato al governo Monti. Non era un passaggio facile né scontato e in questi mesi i dirigenti intermedi e locali, quelli che, al di fuori dei circuiti mediatici, costituiscono il corpo effettivo di un partito, si sono spesi in un lavoro continuo e oscuro per spiegare le ragioni di quella scelta. Come sempre, la realtà si è rivelata più complicata delle prove in laboratorio che avrebbero voluto trasformare l´esperienza del governo Monti in un eden tecnocratico e post-politico nel quale tutti si sarebbero dovuti riconoscere. In particolare sulla questione della riforma del mercato del lavoro, il Pd è riuscito a valorizzare il significato della sua posizione di responsabile sostegno a Monti, senza il quale l´Italia, parcheggiata in panne da Berlusconi sul ciglio del burrone, sarebbe precipitata in una crisi senza ritorno.
In secondo luogo, i risultati dei soggetti politici alla destra e alla sinistra del Pd confermano un dato troppo spesso ignorato: oggi in Italia esiste una forza popolare e nazionale che, per la prima volta nella storia del Paese, ha un elettorato riformista di massa, propriamente di centrosinistra. Prova ne sia che il Terzo polo delude e certo non sfonda, mentre alla sua sinistra, dove il Pd nelle elezioni del 2008 fece terra bruciata, esiste oggi un variegato campo di forze di carattere leaderistico (da Vendola a Di Pietro, dalle liste civiche dei sindaci a parte dell´elettorato grillino) che supera il 15% dei voti.
Ciò nonostante, il Pd continua a pescare i suoi voti e a rimescolarli, in un´area sociale e politica riformista, favorevole a una proposta di governo di segno progressista. Al di là della loro quantità, che sarebbe sbagliato disprezzare perché corrisponde a quella dei principali partiti riformisti europei, quei voti hanno una loro qualità intrinseca in quanto possono costituire il perno su cui costruire un nuovo progetto di governo fondato sull´alleanza tra riformisti, moderati e le espressioni di nuovo civismo vive nella società civile.
Se il Pd avesse ascoltato le sirene di tanti interessati osservatori, i quali gli hanno insistentemente chiesto di scegliere tra il Terzo Polo e la cosiddetta foto di Vasto, avrebbe sbagliato alla grossa regalando, in un caso oppure nell´altro, praterie elettorali al campo moderato o alla sinistra radicale. Invece, proprio nella posizione in cui sta, il Pd è disturbante, non tanto come partito, che ha i suoi evidenti problemi, peraltro comuni a tutti i grandi partiti organizzati d´occidente, ma come proposta politica nazionale e di segno socialmente interclassista. Anzi, oggi è forse l´unico soggetto che continui a fare politica, ossia a organizzare un´area più vasta del suo consenso come partito, rappresentando un centro di gravità e di attrazione. Può perdere le primarie, può diminuire i suoi voti di lista, ma sono sacrifici tattici, che avvengono dentro un disegno strategico più ampio, appunto di segno riformatore.
Certo, si dirà che Bersani fa di necessità virtù e prova in questo modo a trasformare la sua debolezza in forza, ma non è necessario rimandare ai classici manuali di tecnica politica e militare, da Machiavelli a Sun-Tzu, per sapere che proprio questa è da secoli una delle strategie di lotta più efficaci. Bersani è consapevole dei limiti della forza che rappresenta e non fa, come si dice dalle sue parti, «lo sborone», ma fa politica, che è un´altra cosa, nella saggia consapevolezza di non essere circondato da giganti del pensiero.
La terza ragione di ottimismo è quella che in realtà deve maggiormente preoccupare il Pd perché si riferisce al funzionamento del sistema nel suo insieme. La prevedibile implosione del Pdl toglie al Pd un punto di riferimento sul quale fare leva, rischia cioè di mettere in crisi la tecnica di combattimento utilizzata finora da Bersani che non può più utilizzare l´energia dell´avversario per convertirla in suo favore. Nell´anno che resta alle elezioni, si apre quindi per il Pd la sfida per definire meglio i programmi e i contenuti di una proposta di governo che deve essere il più possibile sintetica e unitaria. Quanto sta avvenendo nel Pdl, però, non deve sorprendere giacché corrisponde a una precisa strategia di Berlusconi che punta a costituire un partito roccaforte del 15-18% per ottenere una rappresentanza parlamentare di fedelissimi utile a tutelare i propri interessi economici, finanziari, giudiziari e politici che continuano a essere rilevanti.
Purtroppo, se il quadro non cambia modificando l´offerta politica in quel campo, l´unica strada da percorrere per la destra italiana sarà quella di puntare all´ingovernabilità, ossia di far abortire la prossima legislatura, trasformandola in una sorta di «caos calmo». Eppure, sullo sfondo di queste alchimie c´è l´Italia, con la crisi economica che batte e l´inadeguatezza delle sue forme politiche, un Paese che oggi si trova a un bivio. Da un lato, può imboccare una strada “franco-spagnola”, con un ordinamento in grado di garantire la governabilità e l´alternanza per affrontare la crisi e, dall´altro, precipitare in una deriva “alla Greca”, con l´implosione del sistema e l´avanzata dei radicalismi di destra e di sinistra. Uno scenario che in questo Paese, per ragioni storiche e culturali che riguardano la qualità di parte delle sue classi dirigenti, solletica appetiti e interessi profondi, a destra come a sinistra.
Per questi motivi, e come rivela anche l´allarmante ritorno del terrorismo a Genova, la strada davanti a Bersani è ancora dura e tutta in salita poiché coincide con le speranze e le possibilità, sempre difficili in Italia, di una proposta riformatrice in questo Paese: egli può contare su un quadro europeo mutato dopo il successo di Hollande e sulla saggezza dell´elettorato italiano, il che in una democrazia non è poco, ma potrebbe non essere abbastanza.
Miguel Gotor – La Repubblica

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Non fate le verginelle, sulla crisi e su chi non l’ha combattuta ha ragione Monti

Adesso in twitter è tutto un cinguettare. Un criticare. Un prendere le distanze. Oggetto del distinguere è il presidente del consiglio Mario Monti. La frase incriminata? Eccola qui: «Le conseguenze umane dovrebbero far riflettere chi ha portato l’economia in questo stato e non chi da quello stato sta cercando di farla uscire». Le “consguenze umane” sono state interpretate come i “suicidi degli imprenditori”, il che ha fatto scoppiare il putiferio. Monti e il suo ufficio stampa hanno precisato che non dei suicidi si parlava, ma – appunto – di “conseguenze umane”.

Ora, tra le “conseguenze umane” difficilmente potranno non essere conteggiati i suicidi, se davvero essi discendono da una crisi economica devastante come quella che attraversa l’occidente da anni. E quindi, il rattoppo di Monti risulta in definitiva faticoso e l’uscita assomiglia a un’indelicatezza che ha avuto il solo effetto di far scendere nei palinsesti informativi l’analisi (non proprio accurata) uscita dalla bocca di napolitano a proposito del grillismo e del “boom”.

Ma nel merito, cosa ha detto Monti di falso? Può essere imputata a lui e al suo governo una crisi di lungo periodo, di modello di sviluppo e di un paese che, fino a qualche anno fa, si sentiva negare radicalmente l’esistenza stessa della crisi da chi governava? È evidente, no. Poi, certo, una politica migliore non avrebbe forse evitato quelle morti tremende, nè sarebbe stata in grado di entrare in quel momento drammatico e privatissimo in cui un uomo decidere di smettere di esserlo e di togliersi la vita. ma ammettere la crisi, riconoscerla e lavorare per arginarla avrebbe fatto sentire molte persone meno sole. Forse Monti non ci sta riuscendo. Ma chi c’era prima ha fallito, e dare la colpa ha Monti perchè lo ha ricordato dopo un voto piuttosto chiaro  espresso dagli italiani sembra come prendersela con il termometro perchè continua a segnare “febbre alta”.

Jacopo Tondelli – Linkiesta
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Italia bene Comune

Care iscritte, cari iscritti,
il 25 aprile noi italiani ricordiamo la liberazione dal nazifascismo e la resistenza di quanti lottarono anche a costo della vita per la libertà e la democrazia nel nostro paese. Se oggi noi viviamo in un mondo migliore lo dobbiamo anche a loro. Per queste ragioni, la celebrazione del 25 aprile per noi democratici non è un semplice rito, ma il momento in cui ciascuno rinnova l’impegno personale e collettivo per la difesa e lo sviluppo della democrazia in Italia e in Europa.
La ricorrenza del 2012 si presenta da questo punto di vista ancora più significativa. Fin dall’inizio il Partito democratico ha avuto l’ambizione di essere il partito della liberazione, della Costituzione e della ricostruzione civile e democratica dell’Italia. Abbiamo passato anni terribili. Il populismo ha governato il paese, portando l’Italia sull’orlo del burrone. Noi abbiamo lottato contro questa deriva, chiamando tutti alla riscossa civile, per riportare l’Italia nell’alveo del modello europeo. A lungo siamo stati soli. Gran parte della classe dirigente sosteneva Berlusconi e il suo populismo e chiudeva gli occhi di fronte alla realtà.
Alla fine i frutti dell’impegno del Pd sono arrivati, come dimostrano i risultati delle amministrative e dei referendum del 2011, la caduta del governo Berlusconi.
A un passo da una crisi devastante abbiamo ottenuto l’uscita da palazzo Chigi di Silvio Berlusconi.
Il Pd si è impegnato, per la salvezza dell’Italia, al sostegno del governo guidato da Mario Monti. Il compito di un grande partito popolare e nazionale è di pensare prima all’Italia e poi ai suoi interessi. L’eredità lasciata dal centrodestra è tuttavia pesante e il senatore Monti ha dovuto prendere provvedimenti impopolari. Non tutte le misure che sono state varate l’avremmo predisposte noi. Abbiamo avanzato le nostre proposte e ottenuto anche alcuni importanti miglioramenti (dal prelievo sugli esportatori di capitale che hanno sfruttato il condono di Tremonti alla lotta contro l’evasione, alla difesa dell’articolo 18, fino alla battaglia per il futuro degli esodati). Ma non dimentichiamo e non permettiamo che si dimentichi che Monti è venuto non dopo i partiti, ma dopo Berlusconi.
Siamo a un tornante storico. Ci troviamo a vivere insieme la crisi economica più grave dal 1929 e la crisi politica peggiore dal 1992, anno di Mani Pulite. In questo passaggio il Pd si è assunto il compito di tenere in collegamento il governo con le esigenze sociali e la sofferenza del paese. Il Pd vuole essere il motore che spinge l’Italia ad arrestare il declino, a riprendere la crescita e, nello stesso tempo, il partito che promuove una riforma profonda della politica, senza la quale non può esservi una riscossa del paese.
In un momento così difficile per gli italiani è indispensabile ridare un senso etico alla politica, far capire che solo la buona politica può far uscire il paese dalle secche e che nuove scorciatoie populiste, di qualsiasi segno, ci riporterebbero nel burrone. I partiti, in primo luogo il Pd, devono dunque dare l’esempio, tirando la cinghia e avviando un rinnovamento e un rafforzamento delle regole interne, in modo da riavviare il cammino della democrazia.
Fin dall’inizio il Pd ha deciso di far certificare i propri bilanci da una società esterna di revisione (la stessa che certifica il bilancio della Banca d’Italia) ed ha proposto una legge per applicare e regolare l’articolo 49
Roma, 24 aprile 2012
della Costituzione, in modo da fissare norme precise per la vita interna e per la trasparenza dei partiti politici, fondamentali in ogni democrazia occidentale. Non erano scelte casuali, erano volute.
Ma ora bisogna fare di più.
In questo ambito il Pd punta a una immediata e profonda riforma del finanziamento pubblico, perché i partiti, se devono assolvere al proprio compito democratico, non possono e non devono vivere prigionieri dell’interessato sostegno del o dei miliardari.
In particolare, il Pd propone:
a) La certificazione dei bilanci dei partiti da parte di società esterne di revisione; il controllo da parte
della Corte dei conti; la pubblicazione dei conti su internet.
b) Tetti drasticamente più stringenti per le spese elettorali, non riferibili solo al periodo immediatamente
precedente il voto, imponendoli dove oggi non sono previsti e riducendoli dove sono già in vigore.
c) Il dimezzamento da subito, rispetto all’anno scorso, dell’ammontare complessivo del finanziamento
pubblico ai partiti costruendo un sistema basato su due pilastri, secondo il modello tedesco:
1) un contributo fisso relativo al numero dei voti; 2) un’agevolazione o una compartecipazione pubblica commisurata in base all’entità del finanziamento privato raccolto da ciascun partito. In proposito vanno ricordati due temi. Il primo: il Pd ha, fin dalla nascita, raccolto parte non irrilevante dei fondi con il tesseramento e con le feste democratiche, che per scelta politica il Pd lascia ai territori, con i contributi dei parlamenti e degli amministratori. Il secondo: il Pd ha girato una parte dei finanziamenti alle strutture regionali e continuerà a farlo anche nelle nuove e più stringenti condizioni. Con questo passaggio l’Italia resterà largamente al di sotto di quanto avviene in Germania, in Francia, in Spagna.
d) Il finanziamento privato deve essere consentito solo per somme molto contenute e reso trasparente, in modo che i cittadini possano controllare.
Il Parlamento oggi ha la possibilità di varare in poche settimane sia le norme per regolare la vita interna dei partiti, sia i drastici tagli e la riforma del sistema di finanziamento pubblico. E’ un contributo che la politica deve dare, oltre all’indispensabile riforma della legge elettorale per consentire ai cittadini di scegliere i parlamentari, alla riduzione del numero dei deputati e dei senatori e agli altri interventi di rinnovamento istituzionale.
Il Pd prende l’impegno solenne a procedere su questa strada e a incalzare le altre forze politiche, che devono abbandonare posizioni di facciata per essere richiamate alla concretezza dei fatti e dei tempi per ottenere risultati certi prima delle vacanze estive
Il Pd non da oggi ha ingaggiato la battaglia per la ricostruzione civile e democratica dell’Italia, per uscire
dal populismo e tornare in Europa. Oggi, 25 aprile, è il momento per rinnovare quell’impegno.
Lo prendo di fronte a voi che ogni giorno alimentate le iniziative del partito. Chiedo a tutti forza e tenacia nel sostenere le ragioni della buona politica, le stesse che hanno spinto ciascuno di noi a lavorare per la democrazia e per il nostro paese.
Pier Luigi Bersani

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«Ecco come si taglia il finanziamento ai partiti»

Cambiare il metodo di finanziamento pubblico dei partiti, ridurne “drasticamente” l’entità e garantire al massimo la trasparenza. Il Pd, con il segretario Bersani, anticipa i suoi passi per rispondere alle tante sollecitazioni che, strumentali o meno, arrivano ai vertici del mondo politico per fare un po’ d’ordine nella complicata materia della vita e del funzionamento dei partiti.bersani primissimo piano con logo pd 640

Cambiare il metodo di finanziamento pubblico dei partiti, ridurne “drasticamente” l’entità e garantire al massimo la trasparenza. Il Pd “prende il toro per le corna” e anticipa i suoi passi per rispondere alle tante sollecitazioni che, strumentali o meno, arrivano ai vertici del mondo politico per fare un po’ d’ordine nella complicata materia della vita e del funzionamento dei partiti.

Il Partito democratico presenterà domani una sua proposta di legge. A confermarlo è stato lo stesso leader del Pd Pier Luigi Bersani. Non sarà un articolato vero e proprio, che sarà studiato nel dettaglio, ma solo linee guida sulla base delle conclusioni del gruppo di lavoro ‘ad hoc’ creato alla Camera. Per domani mattina è in programma una riunione decisiva dei tecnici, ma già è stata delineata una possibile traccia di intervento sulla falsariga del modello tedesco.

La proposta del Pd prevederà, e questo è certo, una significativa riduzione dei fondi. Come in Germania, almeno una parte dei fondi andrà a parziale copertura delle spese sostenute anche con entrate proprie. Dunque i soldi arriveranno a piè di lista. Ma a differenza di Berlino, non saranno previsti finanziamenti a fondazioni legate ai partiti.

I finanziamenti, se l’ipotesi di lavoro del Partito democratico sarà confermata domani, saranno suddivisi sulla base dei voti validi ottenuti da ciascun partito, non più considerando come oggi il numero totale degli aventi diritto al voto ma degli elettori effettivamente andati alle urne. Poi, e questo è un punto di fondo, non saranno più rimborsi elettorali ma finanziamento all’attività dei partiti. Al massimo si potrebbe pensare a un contributo per le spese elettorali che sia però una tantum.

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Bersani: «Casini, Alfano ed io? Non è una combriccola»

«In base al nostro statuto il nostro candidato premier è il segretario ma io non mi voglio candidare dal notaio. Sono a disposizione ma credo nel collettivo e gli organismi decideranno». Pier Luigi Bersani, a Radio Anch’io, ribadisce così la sua disponibilità a correre come candidato premier. Quanto alla linea del Pd nel sostegno al governo Monti che può apparire di lotta e di governo, il segretario Pd ammette che «ci siamo messi in una situazione difficile ma lo abbiamo fatto per gli italiani, ci siamo assunti la responsabilità pesante di sostenere questo governo che ha responsabilità importantissime». E sul rischio se il Pd resti schiacciato apparendo nè di lotta nè di governo, Bersani aggiunge: «non può essere il partito del futuro, bisogna chiedersi cosa serve al paese e non a sè stesso e se ci riusciremo saremo l’unico grande partito riformista in Italia».

«ABC (Alfano, Bersani, Casini, ndr) è un atto di responsabilità e dispiace venga descritto con una combriccola: se devo scegliere con chi andare a cena magari scelgo altro anche se ogni tanto si può andare anche con Alfano e Casini. Non credo, comunque, che sia una prospettiva politica», ha detto il segretario del Pd.

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«Le democrazie respirano ovunque su due polmoni, dobbiamo vivere in un sistema bipolare, facciamo come avviene nelle democrazie che funzionano meglio della nostra non come quelle che funzionano peggio». «Fino alle prossime elezioni si viaggia insieme, poi divisi». Ha ribadito il segretario del Pd Pierluigi Bersani osservando che, comunque, «questa esperienza può seminare qualcosa di buono nei termini del bipolarismo» ‘civile’.

E a proposito di convivenza civile, il segretario democratico ha replicato alle accuse dell’ex comico Beppe Grillo e più in generale del Movimento 5 Stelle che a lui fa capo. Bersani ha respinto al mittente le critiche di un ascoltatore “grillino” che rimproverava ai partiti di ricorrere ai fondi pubblici invece che all’autofinanziamento. «Ai grillini voglio dire: non pensino di avere inventato l’acqua calda», ha spiegato il segretario del Pd, «è da quando sono nato che faccio collette e verso soldi al mio partito. Se vogliono – ha aggiunto – gli spiego come si fa. Si stupirebbero delle mie storie».

Bersani ha quindi smentito che vi siano tensioni nel Partito democratico per l’attivismo dell’ex premier Romano Prodi, molto critico due giorni fa sulla riforma della legge elettorale. «No, non c’è un panico da Prodi per quel che so io». L’ex presidente del Consiglio «si muove a livello internazionale. A volte dà buoni consigli e a volte critiche, ma io sono amico di Prodi», ha assicurato.

«Io sto spendendo i soldi del mio partito per dare formazione duemila giovani del Sud, parlando loro di legalità e di lavoro. Io non compro gioielli. E non voglio essere messo nel mucchio», ha aggiunto il segretario del Pd in merito al finanziamento dei partiti e allo scandalo che ha investito la Lega Nord, che il leader del Pd ha commentato dicendo: «Son successe cose allucinanti».

E sul finanziamento ai partiti «È ora di cambiare, cambiare, cambiare perchè sono successe cose incredibili. Ora la Lega ha fatto saltare l’iter veloce e quindi affronteremo la riforma a maggio». Il leader dei Democratici assicura che ci saranno nuove norme sulla trasparenza dei partiti pur ribadendo che «un graduale dimezzamento dei fondi ai partiti è già in corso e nel 2015 saranno inferiori alla Spagna, alla Francia e alla Germania». Il problema è «che non abbiamo uno straccio di norma di controllo e sulle spese, noi abbiamo proposto ulteriori riduzioni in particolare per mettere un tetto alle spese della campagna elettorale».

«È forse un po’ esagerato dire che la Dc e il Pci potevano vivere solo con le feste dell’Unità», ha aggiunto rispondendo a una domanda di un ascoltatore sui finanziamenti ai partiti nella Prima Repubblica. «È storia che fino al tempo di Berlinguer che ruppe il meccanismo una parte dei soldi per il Pci veniva dall’Est e per la Dc dall’Ovest», ha spiegato il segretario del Pd. «I partiti comunque non vivono solo del finanziamento pubblico, nel Pd abbiamo ancora duemila feste, la festa nazionale la faremo a Reggio Emilia e la dedicheremo ai temi della legalità. Le feste democratiche ci sono e io ho intenzione di farle crescere».

Pier Luigi Bersani ha bacchettato il governo per non avere ascoltato l’allarme del Pd sugli esodati. «Qualche volta diamo qualche buon consiglio e non siamo ascoltati. Abbiamo detto fin dal primo giorno che c’era questo buco degli esodati e abbiamo proposto un modo per uscirne», ha spiegato il segretario del Pd a Radio Anch’io. «Non si è fatto così, adesso c’è il problema degli esodati e bisogna risolverlo».

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Perché i media padronali vogliono affossare il Pd di Bersani?

di Enzo Puro

Ci sono momenti storici in cui bisognerebbe sforzarsi di capire ancora di più cosa sta avvenendo senza fermarsi ai titoli dei giornali ed alle semplificazioni banali (se agli inizi degli anni ’90 la sinistra tutta lo avesse fatto forse avremmo potuto prevenire il ventennio Berlusconiano)

Io non parlo di complotti e non faccio stupide dietrologie. E diffido chiunque ad usare questa facile arma retorica contro i miei ragionamenti.

Io guardo la realtà. E quello che vedo è che dopo anni ed anni di trionfante neoliberismo in Europa potrebbe spirare un vento diverso. Ed anche in Italia le carte potrebbero cambiare, in maniera forse più radicale di quanto si sia provato a cambiarle con le deboli esperienze dei governi dell’Ulivo (che sono vissute loro malgrado dentro una subalternità, a mio avviso, alle politiche neoliberiste).

Questo fantasma si aggira per l’Europa. Ed è un fantasma che, malgrado abbia le facce rassicuranti e non sovversive di Hollande, Gabriel e Bersani, fa paura alle elite e alle oligarchie che finora hanno fatto il bello e il cattivo tempo e che dominano la politica europea.

Questa possibilità sta scatenando nervosismi e paure. E in Italia l’atteggiamento dei media più importanti (che hanno dietro editori non puri e che sappiamo chi sono, perché tutti sappiamo chi c’è dietro il Corriere, dietro il Sole 24 Ore, dietro la Stampa e dietro la stessa Repubblica) è sintomatico di queste paure.

Non è ridicolo e preoccupante allo stesso tempo che a capeggiare la rivolta contro i Partiti siano proprio questi media? Cioè quei media che, come giustamente dice Bersani, hanno nei loro Cda gente con stock options da 20 milioni di euro?

Certo so che c’è una differenza di obiettivi tra Repubblica e gli altri giornali “padronali” (passatemi questo termine antico), perché Repubblica spara sul Pd in quanto l’Ingegnere vorrebbe appropriarsene e dettarne la linea mentre l’attuale dirigenza del Pd non lo consente e mantiene la propria autonomia.

Le oligarchie finanziarie annusano che il vento può cambiare (Hollande propone la tassazione del 75% per i redditi sopra il milione di euro e la tassazione forte delle rendite finanziarie e nella dichiarazione comune firmata anche da Bersani si afferma una posizione rigorosa contro le disuguaglianze).

E questo basta per spiegare i motivi dell’attacco al Pd e alla politica (i mercati vorrebbero fare a meno di tutti i corpi intermedi, Partiti e Sindacati e governare direttamente senza intermediari o con intermediari di facciata populisti e qualunquisti).

Non vedere questo e continuare a sinistra a fare gli apprendisti stregoni è a mio avviso un errore politico.

Negli anni 60/70 del secolo scorso i mercati, non potendo intervenire direttamente sugli Stati nazionali) avevano a disposizione per influenzare le politiche degli Stati solo lo strumento delle stragi e del terrorismo che conducevano a golpe veri (Grecia e Cile) o a golpe più raffinati (tipo quello di via Fani). Oggi invece i mercati possono intervenire direttamente (stiamo in un mondo globale) con i ricatti sul debito e utilizzando le armi mediatiche per delegittimare chi si oppone a loro ed al loro cinismo.

E’ per questo che a mio avviso Neoliberismo e Antipolitica sono la faccia della stessa medaglia.

Nei mesi scorsi ci hanno provato sperando in una deflagrazione del Pd sui temi della riforma del mercato del lavoro, puntando ad una scissione su questo tema tra le diverse anime del Pd e tra il Pd e la Cgil.

Tra le diverse connotazioni che ha avuto la battaglia sull’articolo 18 questa è una connotazione importante, cioè mettere all’angolo il Pd, a cui purtroppo non si sono sottratti molti esponenti di secondo piano di questo partito.

E in quel periodo le prime pagine di quegli stessi quotidiani erano pieni di titoli sugli imbarazzi nel PD su questo tema, sulle diverse posizioni, sulla sua possibile rottura dell’Unità interna. E fioccavano le scommesse sulla fine del PD.

La bravura e la pazienza di Bersani hanno spiazzato i media. Il Pd è andato unito a quell’apputamento. Ha strappato a mio avviso un buon compromesso e la stessa Cgil lo ha apprezzato (con una inversione di ruoli per cui a trasformarsi nella signora No è stata ed è la Marcegaglia).

Andata a monte questa manovra a tenaglia sulla riforma del lavoro si è iniziato a lavorare ai fianchi il Pd sui temi del finanziamento pubblico, complici gli scandali che hanno coinvolto la Lega.

Stavolta il tentativo è più insidioso perché è popolare il parlare male dei partiti (allo stesso modo di come è popolare il dalli all’extracomunitario). Ma questo non è un buon motivo per assecondare il ventre della “gente”. Dall’assecondare il ventre delle persone da parte del Corriere della Sera di Albertini nel primo 900 scaturì il via libera popolare al fascismo.

http://www.globalist.it

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