Eppure siamo l’alternativa

Possiamo nel Pd riflettere razionalmente e senza semplificazioni sul risultato elettorale? Dobbiamo. Perché il voto ci consegna un quadro ancora in movimento.
Un quadro in cui tuttavia il Pd è, oggettivamente, l’unico partito nazionale in grado di costruire un’alternativa di governo alla destra. Ciò non significa adagiarsi sui risultati positivi e pensare di avere in tasca la vittoria nel 2013. Ma neppure si può accettare l’analisi secondo cui vinceremmo solo per demerito degli altri e perderemmo quando ci confrontiamo col nuovo. Innanzi tutto perché in queste letture scompare la nostra battaglia per chiudere con Berlusconi e la Lega. La crisi verticale, per certi versi drammatici, dell’alleanza Pdl-Lega può con un tratto di penna cancellare le responsabilità della destra per la situazione in cui l’Italia si trova? Possiamo davvero cadere anche noi nella trappola mediatico-retorica di chi dice che siamo arrivati qui per colpa “dei partiti”? Queste analisi sono semplicemente sbagliate. Basta leggere i dati Istat sull’andamento dei conti pubblici per misurare la differenza sostanziale tra i governi di centrosinistra e i governi Berlusconi negli ultimi decenni. Basta ricostruire le posizioni e le proposte che nel triennio 2008-2011 abbiamo avanzato dall’opposizione sulla crisi economica e confrontarle con le scelte di Tremonti.
Il Pd sostiene con lealtà e serietà il governo Monti. Lo continueremo a fare fino alle elezioni spingendo per misure efficaci nel senso della crescita e dell’equità. Ma non possiamo consentire che il paese venga trascinato in un’amnesia collettiva su ciò che è avvenuto in questo ultimo decennio in Europa, e in Italia, per colpa della destra. Ecco perché dobbiamo essere tutti interessati a una lettura corretta di questo voto, per valorizzare gli aspetti positivi e approfondire la riflessione sui punti critici: ci sono, ovviamente, ma non sono riconducibili tutti a una stessa ragione. Nel voto locale pesano vicende locali che si intrecciano con elementi di carattere più generale: le primarie sono state anche in questo caso utili in alcune realtà, insufficienti o dannose in altre; le divisioni del Pd e del centrosinistra sono state ovunque causa di risultati insoddisfacenti; il rinnovamento della classe dirigente è stato mediamente premiato anche se con eccezioni non banali; l’alleanza tra Pd e altre forze del centrosinistra è stata apprezzata dagli elettori anche quando includeva forze moderate e di centro. In generale dove i dirigenti locali hanno privilegiato la qualità della proposta politica e la credibilità delle candidature, nel senso del rinnovamento, delle competenze e dell’apertura, abbiamo ottenuto importanti successi. Dove è prevalsa l’autoreferenzialità, la chiusura nel recinto dei gruppi dirigenti abbiamo perso, pur in un quadro di difficoltà degli avversari. Al contrario di quanto leggo qua e là il ruolo del gruppo dirigente nazionale è stato semmai troppo debole, non troppo forte, nei confronti di quelle situazioni in cui le divisioni locali hanno compromesso o reso più difficile la competizione elettorale.
Da questo quadro trarrei alcune conseguenze per il Pd. Primo. Siamo il perno di una possibile alternativa alla destra per governare dopo il 2013. Ripartiamo dal progetto: organizziamo, come propose Dario Franceschini un anno fa, una grande iniziativa aperta, coinvolgendo esperti, lavoratori, imprenditori, intellettuali, giovani, donne, amministratori locali, associazioni sociali, volontariato. Selezioniamo così le idee forza, le riforme sulle quali ci candidiamo a guidare il paese. C’è una domanda di partecipazione cui dobbiamo rispondere rafforzando però il nostro profilo riformista. Al M5S che si presenta come “nuovo”, proponendo molti no e pochissimi dobbiamo contrapporre “ragionevoli speranze” per riprendere il titolo di un bel saggio di Paolo Rossi (citato pochi giorni fa su Europa da Mario Rodriguez). Gli Italiani dovranno prima o poi diventare grandi, smettere di inseguire facili promesse, accettare che non esistono soluzioni facili e indolori a problemi difficili. E una forza progressista e riformista come il Pd è l’unica in grado di misurarsi con questa sfida. In questo percorso anche il nodo delle alleanze, che certo è legato alla legge elettorale, si scioglie fuori da astratti politicismi. Chi pensasse di riaprire dispute sulla leadership commette un grave errore. Bersani ha tutte le caratteristiche per guidare il Pd in questo impegnativo tragitto.
Secondo. La crisi morde, il consenso verso il governo Monti è in calo, i “tecnici” non fanno miracoli. Non è in discussione il sostegno all’esecutivo ma da qui al voto dobbiamo contribuire a un’azione più decisa su lavoro, equità, crescita. In Europa e per quanto è possibile nelle scelte di politica economica e sociale a livello nazionale. Certo se a giugno il vertice Ue riuscisse ad assumere finalmente delle decisioni concrete sulla necessità di un diverso equilibrio tra disciplina di bilancio e crescita sarà per merito della novità politica di Hollande, che ha aperto uno spazio molto significativo anche per Monti. Ma se malauguratamente ciò non accadesse dovremmo comunque batterci per misure che rimettano al centro il lavoro e la situazione delle fasce più colpite dalla crisi. Sugli “esodati” va trovata una soluzione convincente, che anche simbolicamente dia il segnale di vicinanza alla vita concreta delle persone in difficoltà. Il Patto di stabilità degli enti locali va modificato radicalmente, perché il sistema dei comuni è parte della soluzione e non del problema se vogliamo dare risposte ai più fragili.
Infine, il rinnovamento del partito e della politica. Da qui al 2013 dobbiamo fare ogni sforzo per approvare alcune riforme: è molto importante che la camera abbia approvato il dimezzamento dei finanziamenti ai partiti e nuove regole ispirate a trasparenza e rigore; è importante che al senato si sia avviata la riduzione del numero dei parlamentari; è essenziale una nuova legge elettorale. Il tempo è poco e il principale interlocutore, il Pdl, rischia l’implosione e il dissolvimento. Ma sarebbe buttare benzina sul fuoco dell’antipolitica se arrivassimo alle urne con il Porcellum. Tuttavia per il Pd il compito non finisce qui. Dobbiamo raccogliere la sfida che ci viene da quel voto che si è allontanato, rifugiandosi nell’astensione o rivolgendosi al M5S, per la nostra difficoltà a rinnovare strumenti e forme della nostra presenza nel territorio, nel governo locale come nell’organizzazione del partito. Apertura e partecipazione sono stati due tratti costitutivi del Pd, abbiamo energie e risorse per evitare che si offuschino.
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2 risposte a Eppure siamo l’alternativa

  1. silver price scrive:

    Scriveva Ian Mc Ewan che quando uno prova pena per sé stesso sente il bisogno di peggiorare le cose, come interpretare altrimenti il voto di ieri da parte di un parlamento costituito da nominati, incapace di dare un governo al paese, sulla riforma costituzionale del pareggio di bilancio in modo da aggirare il ricorso al referendum confermativo?

  2. gold account scrive:

    Ecco perché dobbiamo essere tutti interessati a una lettura corretta di questo voto, per valorizzare gli aspetti positivi e approfondire la riflessione sui punti critici. Perché punti critici ci sono, ovviamente, ma non sono riconducibili tutti a una stessa ragione. Nel voto locale pesano vicende locali che si intrecciano con elementi di carattere più generale: le primarie sono state anche in questo caso utili in alcune realtà, insufficienti o addirittura dannose in altre; le divisioni del Pd e del centrosinistra sono state ovunque causa di risultati insoddisfacenti; il rinnovamento della classe dirigente è stato mediamente premiato anche se con eccezioni non banali; l’alleanza tra Pd e altre forze del centrosinistra è stata apprezzata dagli elettori anche quando includeva forze moderate e di centro. In generale dove i dirigenti locali hanno privilegiato la qualità della proposta politica e la credibilità delle candidature, nel senso del rinnovamento, delle competenze e dell’apertura, abbiamo ottenuto importanti successi. Dove è prevalsa l’autoreferenzialità, la chiusura nel recinto dei gruppi dirigenti, abbiamo perso, pur in un quadro di difficoltà degli avversari. Al contrario di quanto leggo qua e là il ruolo del gruppo dirigente nazionale è stato semmai troppo debole, non troppo forte, nei confronti di quelle situazioni in cui le divisioni locali hanno compromesso o reso più difficile la competizione elettorale.

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